giovedì, 10 aprile 2008
Noi Romani,
semo ‘n popolo invecchiato, che campamo sur passato,
ma pe questo nun ve dovete trastullà,
perché sapemo ancora governà.
 
E’ ‘nutile che ve state a sforzà,
pecché sta cosa nun s‘ mpara su li banchi,
queste so cose pe li ganzi.
 
A noi ce scorre nelle vene, come a voi l’ aria nelle frocie,
e sapemo p’ esperienza,
che domani è ‘n’ artro giorno,
inutile a stasse a d’ aggità,
bisogna solo d’ aspettà.
 
Traduzione
 
Noi Romani,
siamo un popolo antico, che vive del suo passato,
ma per questo non vi dovete prenderci alla leggera,
perché sappiamo ancora governare (comandare-dirigere)
 
E’ inutile che vi sforziate, (perché) questa virtù non si impara sui banchi (delle scuole),
queste sono cose da stupidi.
 
(Il sapere governare) a noi ci scorre nelle vene come a voi ò’ aria nelle narici,
E sappiamo per esperienza che domani è un altro giorno,
e quindi è inutile a starsi ad aggità,
bisogna solo (sapere) aspettare.
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martedì, 08 aprile 2008
Er Popolo ar torneo ha risposto,
peccato ch’ er core l’ ha mal riposto.
 
L’ha guidato ‘n trovatore,
che jà cantato tante storie.
 
Li poretti nun l’han capito,
che facevano da coro ar menestrello già ‘nsignito.
 
So er Pasquino,
e de ‘sti politici me ne frego un casino.
 
State a d ‘ ascortà sta bocca romana,
ché j’ esce solo l’ aria sana
Er potere se tié sulla dignità, per poté servi’ er Popolo Sovrano,
nun se tié sull’ arroganza, pe abbottasse la panza con l’alrtrui speranza.
 
Penso che state a esagerà, ner prenne pe’ er culo quella
delega che v’ onora,
e che fate ‘nfamità ogn’ ora
 
Nun pensate ch’ er Popolo è ‘na tazza,
dove annà a cacà a gran stazza
perché se questa s’ riempie v’ affoga ‘nfino alle tempie
 
Ve fregiate de’ titoli de studio, allora mettetève a conta’,
ché sto Popolo c’ ha più buchi de vojartri e ve pò inonda’.
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sabato, 22 marzo 2008
Dal
torpore dell’incosciente evoluzione,
la natura
 è giunta serena alla partenza
della
conscia rivoluzione,
 delle libere scelte e delle scomode responsabilità.
 
Qui ed Ora,
mai più illusorie certezze,
mai più deleghe,
se non a me stesso,
poiché la precaria e rassicurante
consapevolezza dell’essere 
tutto e nulla,
straripa dal sofferente abito
 della sopravvivenza,
lasciandomi
nella
 dignitosa nudità
 del puro vivere
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martedì, 04 marzo 2008

 

Lao Tzu

 
 
 

Il Taoismo ha influenzato in modo determinante le Arti Marziali Tradizionali Cinesi.
Per il principio del Wu Wei (e cioè
“Il Tao non fa nulla e tuttavia compie ogni cosa” che può essere tradotto con “non-azione”, “assenza di attività”; il termine non va preso tuttavia alla lettera, ma significa semplicemente che non bisogna agire in modo artificioso, forzato, in disaccordo con le leggi della Natura), il Kung Fu non è un'arte violenta, ma esclusivamente difensiva. Non bisogna infatti “agire” attaccando, ma semplicemente adattare la nostra azione a quella dell'avversario.
Lo stesso Lao Tzu dice:


“Un buon guerriero non è bellicoso”.
“Un buon combattente non è collerico”.
“Un buon vincitore non dà battaglia”.


La morbidezza e la cedevolezza sono qualità essenziali nella pratica delle arti marziali. Non bisogna infatti opporsi alla forza dell'avversario, ma bisogna utilizzare la sua forza per batterlo. Ecco perché Lao Tzu afferma che:

“Fra due combattenti vince colui che cede”.

Nel Tao Te Ching (ossia il "Libro della via e della Virtù")  è inoltre messa in evidenza l'importanza di non prendere sottogamba il proprio avversario:

“Non c'è disgrazia più grande di prendere alla leggera il proprio avversario;
se faccio così rischio di perdere i miei tesori”.

L'umiltà deve essere una delle virtù fondamentali di un capo:

"Un buon comandante è un uomo umile”.

Anche le tecniche taoiste fisiche, di respirazione, di meditazione, di circolazione del Ch'i hanno avuto un'importanza determinante sullo sviluppo del Kung Fu.


Il più importante contributo del Taoismo alle arti marziali è stata comunque la creazione del T'ai Chi Ch'üan, attribuita al monaco taoista Chang San Feng.
Tutti i principi del T'ai Chi Ch'üan sono in perfetto accordo con gli insegnamenti del Taoismo.
Il T'ai Chi Ch'üan può infatti considerarsi un'arte marziale in cui il principio della morbidezza e della cedevolezza è di fondamentale importanza; può considerarsi inoltre una forma di ginnastica destinata a conferire longevità e salute al corpo umano ed infine una forma di meditazione dinamica grazie alla quale possiamo giungere ad unificarci con il Tao.

Fonte


 

 

 

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venerdì, 25 gennaio 2008
Visto il momento storico in cui viviamo, trovo che questi miei passati versi siano attuali, a dimostrazione che non è importante costruire una “casa” ma chi ci abita.
Questo è un primo scritto in vernacolo di una lunga serie. Tuaregh
 
Le Votazioni
 
Er Popolo ar torneo ha risposto,
peccato ch’ er core l’ ha mal riposto.
 
L’ha guidato ‘n trovatore,
che jà cantato tante storie.
 
Li poretti nun l’han capito,
che facevano da coro ar menestrello già ‘nsignito.
 
So er Pasquino,
e de ‘sti politici me ne frego un casino.
 
State a d ‘ ascortà sta bocca romana,
ché j’ esce solo l’ aria sana
Er potere se tié sulla dignità, per poté servi’ er Popolo Sovrano,
nun se tié sull’ arroganza, pe abbottasse la panza con l’alrtrui speranza.
 
Penso che state a esagerà, ner prenne pe’ er culo quella
delega che v’ onora,
e che fate ‘nfamità ogn’ ora
 
Nun pensate ch’ er Popolo è ‘na tazza,
dove annà a cacà a gran stazza
perché se questa s’ riempie v’ affoga ‘nfino alle tempie
 
Ve fregiate de’ titoli de studio, allora mettetève a conta’,
ché sto Popolo c’ ha più buchi de vojartri e ve pò inonda’.
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martedì, 22 gennaio 2008

Grazie per l'invito.

Tao Te Ching

 

- XXXIII -
LA VIRTÙ DEL DISCERNIMENTO

 

Chi conosce gli altri è sapiente,
chi conosce sé stesso è illuminato.
Chi vince gli altri è potente,
chi vince sé stesso è forte.
Chi sa contentarsi è ricco,
chi strenuamente opera attua i suoi intenti.
A lungo dura chi non si diparte dal suo stato,
ha vita perenne quello che muore ma non perisce.

Lao tzu
Tao Te Ching



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venerdì, 18 gennaio 2008
 
‘NA PARTE DER VANGELO SECONNO ’N SORDATO ROMANO
 
 
 
 
ATTO I
 
SCENA PRIMA
 
Maria sta assisa in su ‘n scranno fora de la porta de casa sua e sta a scafa’ li fascioli. Tutta’n tratto ariva ‘n angelo co’ l’ali ‘nchiuse che glie dice che je hanno acchiappato su’ fijio.
 
NUNZIO: Accorete, accorete......a Sora marì ! Li Romani t’hanno   
                ‘ngabbiato quer farlocco de tu fijo.
 
VERGINE : Nooo !...ma...ma che stai a di’, Nunzio miooo!
 
NUNZIO : Che sto a dì ? te sto a dì : che ce risemo !,
               che ar tu fijo je ripresa la fissa d’annà a raccontà ‘n giro
               d’esse ‘n Re.
 
CORO : UN REE...UN REE ?
 
NUNZIO: Si si !...proprio ‘n Re! e va dicenno puro d’èsse :Padre,   
                Fijo e puro Marito.
                Boh ! io ‘sta storia qua nun l’ho tanto capita e nun la
                vojo capi’.
                Primo : perché nun so cazzi mia; seconno : perché ce lo
                sapete solo voi a come sète ‘mpicciati ‘n famija; e terzo: 
                perché tutto questo, ora, nun c’ha nessuna ‘n mportanza
                e se nun te spicci quelli te lo fanno ‘n mille tocchi, artro
                che trino,come va raccontànno!
  
 
CORO : POVERINO !...POVERINO !
 
VERGINE : Madonna mia !(ma che cazzo sto a dì !, so io la   
                  Madonna ! Beh !...lasciamo sta’ e cercamo d’anna’ dar    
                  picchiatello mio)
                 - pausa -  
                  Nunzio mio, che te devo di’, tu ce lo sai quanto è bbono     
                 er fijio mio,
               
                 - pausa -
 
                 ma da quanno ha conosciuto quella troja de la Madalena,
                 ......beh ce semo capiti,no? !
 
CORO : LA MADALENA !...LA MADALENA !
 
VERGINE : (con tono tra l’arrabbiato e il rassegnato, biasciacando 
                  tra i denti)Lasciamo perde’......tu m’hai capito,no? ch’
                  ormai con quello nun ce se po’ più raggiona’. Io all’inizio
                  l’ho lasciato fa’, pensavo “così me cresce ‘n po’ “,invece
                  m’è ritornato rincojonito der tutto.
                  Er ciocco, ora, pe’ fàsse granne ‘n Tera, pe’ l’occhi de  
                  quella......là, va a racconta’ d’esse ‘n Re,
                  
                   - pausa -
                   
                   poi pe’ nun parlà de quanno se vo fa granne ‘n Celo!
                   e attacca co’ la pippa der  Redentore, allora si che nun
                   lo ferma più nisuno !
 
NUNZIO : Nun te preoccupà a sora Marì,allora nun ce semo capiti !
       a sto giro er tu fijo te l’hanno fermato ar capolinea.
                 A sora Marì, capisco che c’ hai der veleno co’ la   
                 Madalena, ma nun te penzà ch’è tutta corpa sua, mo,     
                 detto tra de noi, puro io ce s’annato co’ quella là, e puro
                 io ho scoperto la forza de la verga mia, ma nun pe’
                 questo penso d’ avecce ‘n scettro e de potè governà ‘n
                 Terra e ‘n Celo ! e poi, donna mia, hai da comprènne
                 ch’er tu fijo ha troppo rotto li cojoni, co’sta mania
                 d’anna’ a predica’ de qua e a caccia’ li mercanti de
                 là......e questi puro...puro, dicemolo che se ponno pure
                 provocà,...so...privati! ma a mèttese a fa li miracoli...’n
                 beh ! Questo sinceramente me pare ‘n po’ troppo! E’
                 come a vole’ fa la concorenza ar Sinedrio, mo, co’ tutto
                 er rispetto che te porto, te hai da comprènne  che
                questo è troppo da digerì pe’ quei vecchi marpioni, che
                 da ‘n ber po’ d’anni stanno lì, a fasse ‘n bucio de culo
                 tanto pe pote’ gesti’ st’affare der divino.
                 Ma... te pare...che questi se fanno sputtana’ dall’urtimo
                 venuto e se fanno toje l’osso che da tanto se lo stanno
                  apparecchià  pe’ poi sporpàllo?
                  Era logico che, gira che te riggira ,ar fijo tuo lo
                  mozzicassero.
 
VERGINE : Si..., c’hai ragione, che te devo di’, nunzio mio!
                  ma...tu...tu ce lo sai quanto è bbono quer cellettone de
                  mi fijo,......sii lo vedi grosso, arto, ma è così farloccone!
                  Pensa te, ha superato la trentina ed è convinto,
                  ch’er sor Giuseppe nun è er padre suo,
                  ma ‘na colomba con ‘n ulivo in bocca che l’ha generato,
                  mo...vedi, se volemo scherzà, scherzamo pure.
                  Capisco  che voi omèni lo chiamate pure ‘ccello,
                  ma nun penso proprio d’avecce ‘n nido d’ulivo tra le
                  gambe, però che te devo dì, quanno dice ste stronzate
                  me fa ‘na tenerezza.
 
NUNZIO : A sora Marì, che te devo di’...,ma nun...sarà
 che sta creatura ha visto troppo  mastro Peppe,
                armeggià co la sega ‘n mano ?
 
CORO: LA SEGA !......LA SEGA !
 
VERGINE : Ma... che sega e sega, ma che vai dicenno Nunzio mio,
                  nun c’è tempo pe’ scherzà e poi s’è frutto de ‘na sega o
                  de ‘n’cello, che importanza c’ha pe ‘na madre! Io so solo
                  ‘na cosa che sto fijo mio è ‘n po’ partito co’ sta fissa der
                  Redentore e d’annà a volè a mortiplica li pani e li pesci
                  artrui, quanno qui, nun c’avemo da magna’, e poi che
                  Redendore e Redentore, se sapesse !Che deve
                  ringrazzià ‘n bue e ‘n’asinello se stà a campà !.
 
 
CORO : ER BUE ‘N ASINELLO ?
 
 
NUNZIO : Ma... che te devo di’ donna mia !In fonno.......la corpa
                nun è tutta sua e né tua,se proprio la volemo di tutta sta
                verità,la corpa è de sta “180” de sti Romani progressisti,
                ch’hanno sciorto tutti li matti, ma poi se questi je   
                rompono li cojoni allora li vònno tutti morti.
                Mo cerca de damme retta, nun sta’ a perde’ artro tempo
                sui perché e i percome, perché ar tu fijo lo stanno a
                scorticà e se nun te spicci ce trovi solo scaje e spine.
SCENA SECONDA
 
(A Madonna va da Pilato preoccupata e ‘n po’ ‘grugnita)
 
VERGINE : Oh Pilato mio !
 
-        pausa –
 
                  ce lo so...ce lo so, che ce risemo co’ le solite,
                  e me dirai pure, che me l’avevi detto da tenello a bada
                  e via discorrenno. Ma che te devo di’ Pilato mio, tu ce lo
                  sai quant’è bono er fijo mio!
 
PILATO : A voja!che ce lo so, donna mia, qui pure li serci ce lo
               sanno,ma vedi ,la verità dell’omo,nun è fatta de quello
               che se sa, ma da quello che se deve sape’.
               Cerca de mettete ne li panni mia, io sto qui a tentà de fa
               er Re su sta terra che nun se vò fa governà.
 
 
 
  
 
ATTO ||
 
SCENA PRIMA
 
 
PILATO : Sii, so granne, so’ ‘n pezzo da novanta.
                Conto quar cosa, ma è pur vero ch’attorno a me
                so’ tanti e messi assieme so’ più der novanta mio,
                e se nun sto attento a tenelli occupati, questi ‘n
                giorno se pònno métte a conta’, e po’ vanno a
                scopri’ che contano più de me.
                Donna mia, spero che me stai a comprènne,
                ......vero ? Come vedi, nun sto mica a gioca’,
                come fa er Fijo tuo.
                Ora, dimme te, che posso fà con questo qui, ch’è
                da ‘n’ora che je sto a suggerì da soprassede’ su
                ‘sta questione de ‘nteressi divini, e je sto a           
                suggeri’, se, per momento, pò cojie l’occasione
               d’abdicà. Facènno così ‘n gran gesto da gran
               sovrano.  Ma, credeme Donna mia, questo dice
               d’èsse’ ‘n Re, ma  nun capisce proprio ‘n cazzo
               de politica .
 
 
 
JESU : Ce lo sò......ce lo sò.
 
 
 
COROCE LO SA’......CE LO SA’.
 
 
 
VERGINE : Fijo mio ! ma che t’hanno fatto !
 
 
 
JESU : A Ma’! Sta carma, ce lo sai......noo ! “morti
            nemici,morto onore”.
 
 
 
POPOLO : CRUCIFIGGE JESUS......CRUCIFIGGE JESUS!
 
 
JESU :   Aoh ! ‘n beh !state carmi......state bboni,
             che mo ce’arivamo Ma guarda te, come so’ ‘mpazienti sti fij
             mia !
 
 
VERGINEma...ma che stai a dì, a scemoo !......state carmi,......
                   state bboni,……so ‘npazienti ’n cazzo! ma nun lo vedi
                  che te stanno ammazza’ ?!
 
 
JESU : ce lo sò......ce lo sò.
 
 
 
PILATOBah!...a Marì ! che te devo fà! lo stai a senti’ puro
                 Te che questo è scémo ?...e nun se po’ recuperà.
                 Tu ma hai da capi’, che so’ messo dentro a ‘n
                 vicolo ceco co’ sta storia da Giudei, perché, vedi,
                 so’ proprio questi qui che me stanno a rompe’ er
                 cazzo, perché er tu Fijo lo vonno morto.
                 Vedi, sora Marì, a noi Romani nun ce ne frega
                 gnènte de ‘ste contese su l’artro monno de voi
                 Giudei, perchè a noi ce bastano e avanza quelle 
                 de ‘sto monno e poi so’ convinto che nun po’ èsse’      
                 lui, er gran nemico dell’Impero.
                 Sora Mari’, pensa te, ch’ar popolo tuo je volevo dà
                 quer gran fijo de ‘na mignotta de Barabba.
                 Ma che te devo dì, pare che voi Giudei, ce’avete
                 più paura de’n Re scémo che de’n ladro fino.
 
 
 
JESU :   Madre ! Ora allontànate......lasciali lavora’ !
 
 
VERGINE :  Sta’ bbono......bello de mamma tua!
                   ma che vai dicenno.....e poi levate sta corona de
                   spine e cerca de fà er serio...a mamma tua !
 
 
JESUA Ma’ !,che fai,statte bonaa !......statte carmaa !e
            famme er favore, de rimétteme la corona, ma
            nun lo vedi che sto annà verso la storia?
            E  tu...a sorda’, che ce’hai da guarda’, pure ‘n Re ce’ha ‘na
            mamma, su cerca d’aiutamme a carica’ ‘sta croce.
 
 
 
SOLDATO : Aoh !sta carmo tu...vacce piano,nun te sta ad agità,
                  caricame de qua...aiutame de là, aoh! forse hai ‘nteso
                  male...guarda che qui, nun poi mica comanna’!
                  Io, per certo, so d’èsse’n sordato de l’Impero, ma de te
                  nun se sa ancora da ‘ndò cazzo vieni e chi ssei, ‘na cosa
                  è certa: dove andrai. 
                  Cerca da comprènne che la parola tua, conta quanto
                  l’asso de coppe, quanno regna a bastoni, e poi tu dici  
                  d’èsse’ ‘n Re, però ancora nun s’è capito de che !!,
 
-        pausa –
                  
                  Perciò, bello mio ! sto fardello de legno,  tu te lo sei
                  capàto e tu te lo sorbi.
                  Me dispiace tanto......a Re, ma a Roma se dice, che
                  “a chi tocca nun se’ngrugna”, e poi devi sape’,
                  che la ditta Roma, te manna ‘n viaggio, te dà li mezzi,
                  ma er trasporto nun è mai a carico suo.
 
 
JESU :    Va be’..va be’...ho capito ! Ma ricordate che
               come semini raccoji.
 
 
 
SOLDATO : Si, ce lo so,però adesso raccojete sto pezzo de legno.
 
 
 
PILATO : A sordà,nun sta’ a fa’ lo stronzo,abbi ‘n po’ de rispetto
               pe’ chi sa mori’ così bene !, a dispetto di chi, comme te,
               nun sa nemmeno campa’.
               E poi nun t’allarga’ più de tanto, perché, ce lo sai... sii che
              ce lo sai !, che fai parte de l’Impero, ma a me pare che
               sei d’Arbano e come vedi, sotto sotto, sei ‘n burino .
                Mo che fai ,come er bove, che dice cornuto all’asino e
                quello je risponne orecchione ?
 
 
 
JESUGrazie a Pilà, prima te sarai pure lavato le mani,
            ma ora co st’urtimo gesto te sei rifatto, devo proprio di :      
            che sei Homo, credème m’hai proprio toccato, e
            da quer Re che so’ e che sarò, te vojo lava’ la coscienza
            mò, pòi mori’ tranquillo.
 
 
 
PILATO : (toccandosi le parti basse)Scùsame a Jesu,se m’è
                scappato ‘sto gesto poco regale,ma sotto
                c’ho ‘n po’ de calore, comunque venìmo a noi.
                Pe’ prima cosa, te vojo ringrazzia’ per gentile penziero,
                ma, credème , forse sarebbe er caso, che penzassi
                a la morte tua, visto che ce sémo più vicini. 
 
 
JESU :   Certo, certo...ce’hai ragione !
 
 
PILATOScùsame donna mia, pe’ st’intoppo,  ma da ora te
                 Prometto che ar tu Fijo, da Re lo tratteremo.
                 E ora fàmola finita ‘na vorta pe’ tutte,
                 su metteteje ‘sta corona, er mantello e aijutatelo
                 a tirà su ‘sta croce, che da oggi dovrà èsse’  er
                 simbolo della sua regalità.
                 E poi vojo, pe’ rispetto che j’è dovuto, che
                 lo crucifiggete in cima e ar centro der monte     
                 Carvario e che ai lati de sto Re, je mettéte a mo’    
                 de corte, l’artri condannati.
 
-        pausa –
 
                  Sora Marì, come vedi, Roma è granne e generosa
                  e nun se fa’ guarda’ ‘n faccia da nisuno, come vedi         
                  nun ce’ha niente a che spartì cor popolo tuo.
                 
pausa –
 
 
                  Tu, a sorda’...... stamme bene a senti’, che te
                  convie’.  Pe’ prima cosa,  cerca  de non rompeje  
                  troppo li cojoini a ‘sto poro Cristo, e cerca d’èsse’
                  bravo, che de stronzi qui ce ne so’ già troppi
                  e poi... se me fai girà le palle......bè ce semo
                  capiti...vero ? !
 
 
 
IL SOLDATO : Ho capito a Pila...sta tranquillo ch’ho capito,
                       me so’ lasciato solo ‘n po’   
                        anna’...statranquillo ch’ho capito !
 
-        pausa –
 
 
                       Su, amico mio, annàmo, che te do ‘na mano.
                       Guarda che mo te posso fa’ male,ma nun è corpa
                       mia ma de li chiodi... tu me capisci...vero ?  
 
 
JESU :   A sordà,sta tranquillo, rilàssate ‘n pò, fa quello che devi fa’
             e cerca de fàllo bene,vai pure e ‘nfilame ‘sto chiodo
-        pausa –
 
             Ahhhhhh ! Siii !
 
-        pausa –
 
             Aoh ! parlamose chiaro, è tutto pe’ Voi!!!
 
-        pausa –
 
             A  Sorda’,  và cor prossimo.
 
 
 
SOLDATO